No alle Disneyland della Cultura

10 Tweets su arte e storia dell’arte, innovazione culturale e digitale, patrimonio

a cura di M5S Firenze

Firenze è da troppi anni priva di una politica della cultura adeguata alla sua storia. Dichiarazioni di intenti, appelli, solenni proclami caratterizzano l’attuale amministrazione, che oggi, in palese ritardo e malgrado la propria sfrontata inadeguatezza, sceglie temerariamente “cultura” e “crescita” come temi cruciali della campagna elettorale.

Renzi afferma ipocritamente sul Corriere della Sera: “la lotta alla rendita è la battaglia culturale dei prossimi anni”. Giusto. M5S è da sempre a favore delle capacità, della trasparenza, del “merito”. Allo stesso tempo, l’ex scout impone i suoi amici nei CdA delle Fondazioni culturali, trasformate in club per fare affari. Ignora competenze e talenti effettivi che abitano la città. Chiude musei come Ex3. Assegna storiche istituzioni culturali a amichetti presuntuosi e incapaci, si propone di chiudere il Maggio, si prepara a estendere a tutto il sistema culturale fiorentino il modello notabilare della Fondazione Strozzi, ai cui vertici troviamo banchieri di nomina politica, opachi lobbyisti e veline dell’”arte contemporanea”.
I costumi di Renzi sono rozzi, escludenti e settari. Come possiamo accettare lezioni di “cultura” e “democrazia” da chi è profondamente ostile a istituzioni trasparenti, partecipabili, accessibili?
Quale politica culturale per Firenze, chiediamo, da parte dell’amministrazione, che non sia svendita e commercio sbrigativo dei suoi tesori, turismo usa-e-getta, consumo della città a vantaggio dei pochi? Quali professionalità, quale lavoro qualificato è stato creato da questa amministrazione nell’ambito delle politiche del patrimonio e dell’innovazione? Quali bandi pubblici per le istituzioni esistenti e quelle a venire, come il Museo del Novecento, il cui progetto va vanti in grande segreto? Quali spazi per la cultura del territorio, per i makers, i collettivi artistici e teatrali, i giovani imprenditori innovativi? Nessuna ampiezza di strategia, nessuna generosità o lungimiranza da parte di Renzi né degli incolti, arroganti e rapaci cui il sindaco ha assicurato il governo della città.
Il MoVimento 5 Stelle Firenze si occupa da tempo di politiche della cultura considerate nel loro rapporto alla ricerca, al lavoro qualificato, al diritto delle generazioni future. Ha avviato cantieri locali e nazionali, e collabora con studiosi qualificati nell’ambito della storia dell’arte, delle politiche dell’innovazione digitale. I Tweets su patrimonio, innovazione e cultura, che oggi pubblichiamo, condensano incontri, workshop, cicli di formazione ad uso di attivistie parlamentari. Delimitano un cantiere programmatico e avviano percorsi condivisi: stabiliscono che “cultura” non è né può essere merce, è invece diritto di cittadinanza, bene comune e interesse generale.

10 Tweets su arte e storia dell’arte

1) La “cultura” è cura: impegno per il riconoscimento della dignità della persona, diritto al pieno sviluppo individuale, momento costitutivo di cittadinanza. Non è ornamento.
Una politica culturale innovativa non si occupa solo né prioritariamente di consumi culturali. Intende la nozione di “cultura” in senso ampio e socializzato, come orientamento generale di una comunità alla tutela dell’inerme, dell’immateriale, dell’inappariscente, del tralasciato e vulnerabile.
Costituiscono oggetto della politica culturale i servizi per la maternità e l’infanzia, l’istruzione, l’ambiente materiale e immateriale urbano e extraurbano, le relazioni professionali e sociali, l’impiego qualificato. La legalità, la trasparenza, l’inclusione.

2) La tutela del “patrimonio” storico-artistico e dell’”eredità culturale” inizia nelle scuole, con la creazione di contesti educativi stimolanti e innovativi. Passa per città meno inquinate e meglio servite. Giunge infine alla creazione di occupazione qualificata nell’ambito della storia dell’arte, del restauro, della ricerca, della divulgazione.

3) La Costituzione italiana prescrive che sia la Repubblica a provvedere alla conservazione di opere d’arte, edifici storici e paesaggio. Il “patrimonio” è dunque un bene pubblico, ha “interesse generale” e concorre, con scuola e università, alla rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale” che pregiudicano il “pieno sviluppo della persona”. Non è una collezione di beni sublimati e avulsi: è invece un’istituzione capacitante al pari di ogni altra istituzione formativa.

4) Considerato il proposito costituzionale, la tutela del patrimonio non è e non deve essere in primo luogo una politica pro-“indotto”. Le attività di ricerca, conservazione e trasmissione del sapere costituiscono “valorizzazione” in senso eminente. Tutela del bene pubblico è quella che distribuisce durevole vantaggio all’intera collettività secondo principi di responsabilità e redistribuzione immateriale (o cognitiva).
Partnership pubblico-private devono essere regolamentate nel senso dell’interesse generale, anche con la prescrizione di una quota destinata a attività di ricerca e formazione in ambiti storico-artistici e del restauro. Devono essere mantenuti pubblici i poteri di indirizzo e di controllo.
Nell’ambito della conservazione dei beni culturali massima attenzione deve essere assicurata perché gli incarichi siano assegnati secondo criteri equi e trasparenti; l’applicazione delle norme di sicurezza sul lavoro nei cantieri sia completa, gli appalti risultino regolari nel rispetto delle competenze e delle pari opportunità.
In primo luogo e in generale occorre affermare la priorità della manutenzione ordinaria e del patrimonio diffuso sull’intervento emergenziale e la retorica del “capolavoro”.

5) Una politica dell’innovazione cognitiva deve affiancarsi alla politiche del patrimonio e conferire sostanza specifica a principi generali di equità, partecipazione, trasparenza.
In particolare occorre trasformare profondamente le politiche culturali per il contemporaneo, spingendo alla collaborazione durevole e molteplice le istituzioni formative, i centri di ricerca, le istituzioni dedicate.
Il sostegno pubblico deve essere delimitato, qualificato e programmato nel tempo, teso a sostenere poche istituzioni maggiori e a avviare laboratori di sperimentazione culturale di rilievo nazionale e internazionale.
Il finanziamento pubblico deve premiare arti figurative, teatro, cinema, editoria di qualità e rimandare alla valutazione di comitati ristretti di esperti di nomina pubblica, anche internazionali, di specchiata reputazione e autorevolezza indiscutibile.
L’istituzione di un fondo pubblico per l’incentivo alla traduzione in lingua inglese della migliore narrativa e saggistica italiana è provvedimaneto auspicabile a sostegno della lingua e del prestigio culturale nazionale.

6) Il museo di arte contemporanea deve poter diventare una sorta di libera università metropolitana, “rete” cognitiva tra le “reti”, piuttosto che vetrina di eventi inutili e dispendiosi, agenzia concessionaria del mercato secondario.
E’ necessario spostare risorse da singole iniziative (“grandi mostre”, eventi blockbuster) a processi formativi e informativi di medio e lungo termine. Dunque seminari, lectures, incontri, workshop, residenze, sale d’essai. Principi analoghi devono valere per la casa della musica contemporanea e il teatro sperimentale
Parte dell’investimento pubblico nel contemporaneo  sia orientato a sollecitare innovazione sul piano della creazione di nuovi o più fluidi “servizi” e infrastrutture che estendano vantaggi duraturi e diffusi alla comunità, migliorino la qualità della vita nelle città o nei centri minori, producano abitabilità e cittadinanza.

7) Un ambito specifico di progettazione politico culturale riguarda la creazione di hub (o incubatori) di industrie creative. Occorre attrarre startup tecnologiche attive nell’ambito della programmazione di software, dei servizi alla residenza, delle Digital Humanities (*), del Game Design (**), del film di animazione con opportuni incentivi fiscali e abitativi. Avviare progetti di formazione nell’ambito del restauro dell’arte contemporanea. Aggregare “comunità creative” in residenze condivise e luoghi di coworking all’interno delle città. Ingaggiare in progetti-prototipo pensati per trasformare il rapporto tra cittadini e istituzioni sul piano dell’innovazione digitale, della salute, della cultura, dell’ambiente. Puntare su competenze versatili e aggregate che sospingano la politica culturale oltre le tradizionali delimitazioni antiquarie o il cattivo welfare.

8) Le attività degli istituti italiani di cultura all’estero devono essere modificate drasticamente, poste al servizio della ricerca e della sua divulgazione qualificata. I processi di reclutamento della diplomazia culturale devono corrispondere a principi di competenza e la diplomazia culturale costituire una ambito di collocamento aperto ai ricercatori più innovativi delle diverse discipline.

9) L’ambiente naturale è un bene comune di importanza irrinunciabile. Una risorsa preziosa e non rinnovabile. Non distruggiamo, non cementifichiamo, non svendiamo isole, mari, litorali, foreste. Dobbiamo affermare il principio che non si consuma più suolo, al contrario: si ritorna alla terra incoraggiando l’agricoltura biologica e di qualità.

10) Diversità biologica e diversità culturale sono i due aspetti che compongono l’integrità del nostro patrimonio. Sino ad oggi, due legislazioni parallele hanno messi in conflitto tra loro l’unico e l’altro aspetto. L’istituzione di un ministero unico per i beni culturali e ambientali rappresenta il primo passo per risolvere questa contraddizione, consolidatasi in epoca fascista. Tutela e conservazione naturalistica, riunificazione della rete dei parchi, delle riserve e delle aree protette in un unico ente nazionale di salvaguardia sono le ulteriori azioni da compiere. Fare buona agricoltura equivale a conservare in modi dinamici il territorio. Garantire sicurezza alimentare. Assicurare prospettive innovative di impiego e crescita. Proteggere fauna e flora significa promuovere conoscenza, turismo responsabile, opportunità di impiego qualificato. Le aree protette sono l’ultimo presidio in difesa del patrimonio naturale del nostro Paese: devono essere connesse e ampliate nell’interesse della collettività.

(*) L’ambito delle Digital Humanities include discipline, pratiche di ricerca e di insegnamento poste nel punto di intersezione tra competenze umanistiche e digitali.

(**) Game Design è il design di software per l’animazione dei videogiochi.

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